T COME
LANGA
Dall’
Enciclopedia Universale sulla Langa, arrivati alla lettera “T”,
troviamo una ricca serie di voci su cui soffermarci per riflessioni
di varia natura.
E’ la lettera di tavola, terra, tajarin tuma, Tanaro, trifola,
turun, e poi….
Beh, lo vedremo alla fine.
Terra
Langhe, zona del Piemonte delimitata ad O dal fiume
Tanaro, a S dalla sella di Montezemolo, ad E dal fiume Bormida di
Spigno e a N dai territori di Alba e Canelli; il terreno è
composto da calcari e marne, è molto collinare (Mombarcaro
si trova ad una altitudine di 890 m). Vi si producono vini pregiati.
Una terra tra due fiumi dunque, come recita la definizione
enciclopedica riportata; una Mesopotamia su cui certamente è
venuta un giorno a sfracellarsi un’Arca carica di odori e
di sapori con il suo Noè (nome di una frazione vicino a Roddino)
o un Gilgamesh che ha insegnato agli uomini lì presenti,
i langhèt, ad erigere delle ziqqurat che invece di ergersi
verso il cielo si estendevano a pettine per far crescere i grappoli
del frutto divino.
Una terra che ha le zolle che si sfaldano tra le mani come i sogni
al mattino quando ti svegli. E, dopo i centri “principali”
che ricordano le enciclopedie, trovi i Roddino, Somano, Lequio Berria,
Bosia e il mitico Pezzolo Vall’Uzzone che quando lo pronunciano
i suoi abitanti sembra un luogo inventato da Tolkien: loro dicono
Ptsölvaltsön così, tutto d’un fiato come
farebbe Eta Beta.
Come fare per trovarla? Molto semplice. Abbandonare
qualunque statale, provinciale, demaniale e inoltrarsi per un sentiero
grigio che taglia su per una collina vignosa; infilare poi uno dei
tanti filari. Arrivati lì fermarsi, accovacciarsi, sentire
la terra sotto il culo, quella che una volta lì c’era
il mare, prenderne una manciata e impastarla; la crosta un po’
dura lascerà il posto all’interno umido-argilloso e
si sprigioneranno sentori immortali che rivelano i segreti per cui
in questa terra, proprio quella lì che adesso è nelle
vostre mani, possono formarsi i tartufi che sanno di mercaptani
come il gas che usiamo noi nelle cucine di città. E come
possa compiersi il miracolo della transustansazione del già
nobile-Nebiolo nel regale Barolo. Vi sarà chiaro, guardando
i colori e ascoltando i suoni che attraversano la vigna (soprattutto
se state vicini alla vasca del verdarame) come quella terra sia
la tana delle masche che si infilano dappertutto assumendo forme
vegetali o animali che sia.
Poi, per ultimo, se proprio volete sapere tutto di questa terra,
annusatela forte, aspiratene gli effluvi; attraverso le narici arriveranno
ai centri recettori non solo i profumi ma anche la struttura degli
elementi che compongono la tavola chimico-umana della langa: acqua,
terra, aria, fuoco; e poi la donna, l’uomo, il lavoro, la
festa.
Tutto vi sarà più chiaro.
Tavola
Nelle cascine ce ne sono sempre due: quella bella, nella stanza
bella, quella dove c’è il mobile bello, coi bicchieri
belli, sempre tirati a lucido, con vicino le bottiglie dell’amaro
e del Vov. E’ di legno lucido, con le sedie sullo stile, con
il coprisedile fatto all’uncinetto. Da un lato c’è
il sofà ricoperto in velluto giallo che sopra c’è
il quadro della scena di caccia fatto a puntoecroce e incorniciato
che sembra oro. In quella stanza c’è sempre freddo,
la porta è chiusa e dentro sa di cera.
E poi c’è lei, la tavola-altare, quella con le gambe
ben tornite e il ripiano doppio, piegato a libro, che quando l’apri
c’è il segno della farina di quando hanno impastato
per fare i tajarin (vedi) o gli agnolot al plin. Sotto c’è
il posto per infilarci il matterello e c’è un cassetto
che dentro c’è sempre un fondo di salame nella carta
oleata e anche un pezzo di parmigiano che è lì dimenticato
da mesi e non va neanche più bene per le trappole da topi.
E’ su questa seconda tavola che si celebrano tutte le cerimonie
della liturgia della vita di campagna; vicino, ma proprio a portata
di braccio, c’è la stufa, discosta dal muro in modo
che il cannone possa scaldare meglio e avere buon tiraggio. Mentre
sei seduto su una delle sedie impagliate (le ha fatte trent’anni
fa un cadreghè con un ciliegio tirato giù dal nonno)
ti puoi girare e hai a portata di mano il casseruolino, dove hai
scaldato il latte e il bricco con il caffè. La tovaglia può
essere a quadretti ma è quasi sempre bianca, con una bella
serie di rattoppi. A mezzogiorno, se è tempo di campagna,
è difficile che gli uomini siano tornati a casa; e a tavola
c’è spesso solo la nonna, con le tre, quattro figlie
e i tanti nipoti. Poi a sera, dopo che han finito i lavori della
terra e le bestie sono state rigovernate, si siedono anche loro,
nonno e figli, con il cappello ancora in testa. E allora bisogna
stare più zitti perché sono stanchi e magari devono
dirsi le cose che c’è da fare domani. Intorno a quell’altare
è un sussurrarsi di frasi rosario, di giaculatorie, mentre
il vecchio gestisce le porzioni del minestrone o del coniglio che
la nonna gli ha porto togliendolo da sopra la stufa.
Se è sabato o di stagione tranquilla, può darsi che
venga qualcuno; allora si accostano le sedie che prima erano contro
il muro, mentre i piccoli o stanno in braccio o si mettono sotto
il tavolo. Può darsi che sull’altare arrivi un dolce
che è sbucato da un buco magico che c’è dietro
la stufa; allora c’è anche il caso che arrivi un pintone
fresco dalla cantina. Tanto la porta per scendere giù è
sempre lì, in cucina, che quando l’aprono si sente
arrivare un bel fresco. Quando si va a dormire, a volte il vecchio
rimane a tavola con uno che non s’era mai visto; e vanno avanti
per delle ore, riempiendo i bicchieri e cercando ognuno di tirare
dalla sua per la vendita delle uve o di una vacca. Di rado su quella
tavola ci giocano a carte; sarà che è peccato grave.
Sopra il tavolo c’è un lampadario che sembra un piatto
per la minestra rovesciato e si può anche abbassarlo fino
all’altezza degli occhi. Quando una mosca cammina sul bordo
di quel piatto, la lampadina, massimo 40 candele, ne proietta un’ombra
mostruosa sul muro.
A volte la nonna arriva con una cesta di uova, le mette sul piano
e poi le guarda in controluce. Dice che dentro può esserci
il pulcino.
Raramente su quel tavolo ci giocano a carte; dev’essere un
peccato grave.
Tajarin
Sono la magnifica trasformazione chimico fisica
di due elementi della vita di Langa: c’è il grano,
c’è l’uovo di gallina; come dire l’impalpabilità
e la fragilità. E poi c’è quel maneggiare forte
e continuo che richiede una energia non comune, che viene da mani,
braccia e schiena. Prima le dita han da mischiare la polvere con
il liquido appiccicoso, formando i primi grumi che poi bisogna saper
amalgamare fino ad avere una forma che ha quasi assunto l’aspetto
definitivo della “palla” che si dovrà poi sottoporre
all’azione decisiva e convincente del matterello. E se prima
era tutto comandato dalle mani che con le dita “masticano”
l’impasto, spolverando di tanto in tanto con spruzzi di farina
perché non si attacchi al tavolo, ora son le braccia e la
schiena che, di concerto premono con forza sugli estremi di quello
strumento, spesso di legno d’ulivo, per far sì che
la quasi sfera accetti di diventare una sfoglia di leggero spessore.
Mano a mano che lo spessore diminuisce, aumentano i giri attorno
al matterello e bisogna impedire che si attacchino tra di loro,
sempre, con le spolverate di farina. Poi, quando lo spessore lo
permette, cominciano i lanci, quelli per distendere “la tela”
per tutta la sua lunghezza fino a che, tastandone la consistenza
passandosela tra pollice, indice e medio, la creatrice non deciderà
che è giunta a buon punto.
Fattala asciugare, e qui bisognerà fare attenzione che le
mosche non lascino sgradevoli effetti su quel velo giallo arancione,
la si farà su come fosse una stoffa di seta; poi, coltello
affilato nella mano destra, mano sinistra raccolta sul bordo anteriore,
si lascerà uno spazio di pochi millimetri dove la lama andrà
a tagliare, a tajer, con un movimento continuo: coltello nella destra
che avanza mentre la mano sinistra arretra di fronte al nemico,
aiutandolo però nell’azione con una compressione uniforme,
in modo che il taglio risulti netto e non sbrecciato. Ogni tanto
le due mani prendono gli anelli caduti e li lanciano per aria facendo
loro assumere la forma definitiva; così dalla spianata quasi
bidimensionale, prendono vita questi piccoli spaghi o cordoncini
o capelli dorati che se staranno qualche ora ad asciugare, in un
cestino apposito che sul fondo ha una pezza di tela mentre un’altra
coprirà il tutto, sempre ad impedire che mosche e simili
lascino traccia del loro passaggio.
Torrone
E’ quasi sicuramente il dolce più antico
del Piemonte, visto che Plinio ne testimonia la preparazione fatta
dai Taurini (in questo caso utilizzando i pinoli degli abeti). La
tradizione del torrone piemontese è legata soprattutto alla
frazione di Gallo d’Alba, tra Alba e Grinzane Cavour. Qui
si trova la più che centenaria Ditta Sebaste, la cui scritta
a caratteri cubitali con il caratteristico gallo rosso disegnato
in mezzo, campeggia sulle bancarelle di tutte le fiere e le feste
di paese.
Il componente principale di questo dolce è la nocciola, anzi
la “Tonda gentile delle Langhe”, coltivata in alta Langa.
Un famoso cuoco dei Savoia, Giovanni Vialardi dette alle stampe,
nel 1854, la sua ricetta per la preparazione del torrone: “Mettete
entro un tegame distagnato due ettogrammi di zucchero e mezzo bicchier
d’acqua; fatelo cuocere alla gran palla, mischiategli un chilogrammo
e due etti di buone mele, mettete il tegame nel bagnomaria, fatelo
cuocere finché versandone un poco sopra una tavola di marmo
o un piatto di maiolica, raffreddando, resterà sodo e frangibile.
Allora mischiategli il bianco di due uova sbattuto a neve, aggiungete
un chilogrammo e due etti di mandorle mondate, tagliate in due e
ben seccate oppure delle nocciole; mischiatele ancora calde bene
insieme, versate entro una cassa di carta, lasciate raffreddare,
tagliate a pezzetti a modo vostro, oppure versate sopra un piatto
di maiolica profondo, con ostie sotto e sopra. Raffreddato, tagliatelo
e servitelo o conservatelo in luogo secco entro albarelle di vetro
coperte”.
Una barra di torrone può essere il premio di una tombola
invernale, che però in questa terra chiamano china.
Tume
Il termine potrebbe derivare dal provenzale “toumo”
(formella) o forse dal piemontese arcaico “tomè”
(cadere giù, come fa la caseina quando precipita durante
la coagulazione). La Toma è prodotta in tutta la regione,
con latte di mucca.
In Langa può anche essere “marsa”, oppure “dël
bec” nel caso in cui sia fatta con il poco latte della pecora
portata al montone.
Assai rara è la “burosa”, fatta col latte della
pecora che ha appena svezzato l’agnello; altrettanto quasi
introvabile la “gioncà” che prende il nome dall’attrezzo
di vimini intrecciato su cui viene deposta appena rappresa dal caglio.
A volte finiscono in albarelle, dove possono restare all’asciutto.
Se però le metti in un grosso vaso di vetro, assieme ad avanzi
di formaggi vari, assisterai ad una trasformazione alchemica che
ha del miracoloso; la pasta dura e friabile della toma di partenza
diventerà una crema spalmabile, dal forte pungente odore
di aldeidi e chetoni. In Langa lo chiamano bruz.
Tume e tumin hanno sono celebrati in un canto popolare che è
assurto anche a registrazioni discografiche; la versione che segue,
è riportata, così come è stata trascritta da
una versione raccolta a Feisoglio, dal volume “Sopravvivenza
e vitalità del canto popolare nell’ Alta Langa”
a cura di E.Cappelletti, R.Mamino e M.Pregliasco edito dalla Regione
Piemonte – Assessorato alla Cultura – Torino 1981.
Tume e tumin
A sun tre àni che a giru Tirin
I è mai capitàmie cume stamatin
E girand per via Ruma
cun la cavagna pin-a ‘d tuma1
tume e tumin, strachin e seiràs 2
sun ‘ncaminamie per Porta Palàs.
Cula signura che da la finestra
fazìa segn cun la sua testa:
- oh bel bergè 3 la scala muntè
muntè la scàla venimie a truvè
.
Mentre la scala muntàva muntava
cula cavàgna dagnàva dagnàva 4
quand ch’ a sun stàit a l’ültim scalin
cula signura a ‘m dumanda ‘n tumin.
-Cula signura ch’ a l’ abbìa pasiensa
che mi ‘d tumin sun restàne sensa
ch’ a làrga le gambe ch’ a strenza ‘n po
‘l cul
che mi ‘d tumin a i na fàsu ‘n casül 5
Ch’ a sera l’ üs ch’ a ten-a
da ment
Ch’ a fè in tumin ‘l è ‘n afè
‘d ün mument.
1 cesta piena di toma
2 tipo di ricotta
3 pastore
4 gocciolava
5 mestolo
Trifole
La stagione del tartufo è l’autunno,
quando le nebbie salgono su per i bricchi, dal Tanaro e le cascine
si coprono con i mantelli arancioni fatti con le pannocchie della
meliga. Quando la luna è piena, “ a fa ‘l riond”
, i cani del trifolao,i taboj silenziosi, iniziano a fiutare tra
le radici dei faggi e dei noccioli; seguono un segnale antico, guidati
dall’olfatto e dalla certezza che il tartufo è ancora
lì, nello stesso posto, con la stessa luna.
Ha un valore quasi borsistico, vengono tedeschi o giapponesi quando
è l’ora della Fiera e non trovi un posto da dormire
neanche a 40 chilometri da Alba; ma per chi è andato a cercarli,
il momento più alto è in quel gesto di sottomissione
o di raffinata amicizia che il suo taboj gli vuole riservare dopo
che, grazie al fiuto affinato da giorni di digiuno, gratta gratta
delicatamente la terra e gli concede di chinarsi e prendere il tesoro.
Il trifolao lo metterà in un fazzoletto e poi in tasche profonde
di un pantalone largo, forse di velluto marrone; lo tirerà
fuori al momento giusto nell’osteria, davanti agli amici e
a qualche forestiero che spalancherà gli occhi e se ne andrà
convinto di aver fatto l’affare pagandolo solo centomila.
Tanaro
Il suo nome, Tan-ar, in celtico significava “colui
che tuona” e sicuramente fa riferimento al rumore che il fiume
produce soprattutto nella parte alta del suo corso, stretto e invischiato
tra mille pietre che leviga come fosse una pialla a nastro continuo.
Scendendo, dopo Niella, andando verso Carrù e Farigliano,
diventa una biscia, come quelle che scappano dallo stradone dove
prendevano il sole e un rumore le ha spaventate; curva di continuo,
creando una serie di plage dove ci puoi trovare pioppi, pescatori,
amanti notturni, uomini stanchi di vivere. Dopo Cherasco sposa la
Stura e dopo aver fatto l’amore con lei a volte se ne esce
dal letto per lambire un po’ l’asfalto; poi piega direttamente
verso oriente, passa nella tenuta di Pollenzo, dove guarda i piloni
del vecchio ponte, quelli ancora in mattone. Ora può guardare
le colline di Verduno e di Grinzane, dove crescono i nebbioli da
barolo. Poi arriva ad Alba, dove incontra un ponte moderno di quelli
che ricordano l’America; qui è già bello largo,
si comporta da vero signore: lambisce la città senza tagliarla
in due come spesso fanno altri suoi simili, saluta ammirando dalle
due sponde colline dove crescono i nebbioli, stavolta quelli da
barbaresco.
Da lì comincia a correre un po’ più spedito,
certo più veloce delle auto sulla super!?!strada verso Asti;
incontra il padre molto più avanti e verso di lui corre sapendo
di potergli raccontare le storie degli uomini di una ricca terra.
…….e infine T come
Tango!
Si, perché non può essere stato che
un contadino di Langa ad avere inventato questo ballo; guardate
i passi della danza e vedrete lo strascicare lento della gamba che
sale su per la vigna, su per “questa porca Langa che ti piglia
la pelle prima a montarla che a lavorarla” ( da La malora,
di B. Fenoglio). Ma andiamo all’inizio…..
Certo che i contadini sumeri o ittiti di Langa avranno guardato
un bel po’ i loro fiumi che vedevano scorrere in fondo alla
valle, Tanaro, Bormida, Belbo, Talloria, o altro che fossero. Ma
il loro sguardo certamente andava verso l’orizzonte da cui
sentivano arrivare un’aria odorante di sale, un vento a volte
più tiepido a volte carico di umido che loro chiamavano il
marin e che tanto li preoccupava per i peschi e le vigne. Conobbero
nel tempo l’importanza di quello che poteva arrivare da quella
parte, dove la luce era più forte: prima il sale su cui i
signorotti ci mettevano i balzelli e nascevano le tante Pedaggere
ancora oggi disseminate sulle statali e provinciali. E poi l’
ancioa, che non solo seppero introdurre a meraviglia sulle loro
tavole (certo non vi racconterò della bagna caoda), forse
aiutati in questo dai romani che si saranno portati dietro un po’
del loro garum puzzolente. E siccome il contadino quando vuole si
ingegna, fece uno più uno e il passo successivo fu mettere
su una bella attività di salatura dell’acciuga per
poi rivendergliela al ligure che non aveva tempo a farlo perché
doveva andare sul mare.
Già: il mare…..con quella faccia un po’ così,
quell’espressione un po’ così….
Prima di diventare territorio di conquista per famiglie petulanti
sulle spiagge da Noli a Bordighera, dove la lingua più parlata
è il langhetto, ora con il bergamasco, il mare fu il tappeto
volante su cui far scivolare il sogno di abbandonare una terra spesso
ingrata, diventata improvvisamente povera, che non bastava più
andare a fare, mica tanto, la stagione in Francia.
Ancora oggi in Argentina, in certe zone del suo territorio sconfinato,
la lingua più parlata, come sulle spiagge a pagamento di
Loano o Borghetto, è il piemontese, parlata dai nipoti dei
nipoti di chi, uno dei tanti giorni tra 1870, più o meno,
e 1925 più o meno, se ne partì mettendo da parte i
soldi per andare a prendere il bastimento da Genova. Alcuni, senza
dire niente a padre o madre, che forse non volevano che sposasse
quella là perché i suoi avevano niente di terra. Come
ad esempio, S.D., di Feisoglio, che veramente era andato in Uruguay
e non si fece mai più sentire, ma proprio mai più.
E allora immaginatevelo quel contadino abituato ad andare su e giù
per rive e vigne, magari affondando gli scarponi nella pauta che
qui la terra fa con la pioggia con la stessa consistenza dell’impasto
dei tajarin. Solo che poi il passo diventa pesante, non riesci più
a staccarlo il piede bene da terra, un po’ lo trascini, poi
ogni tanto lo alzi e cerchi di sfregarlo contro un palo della vigna
per staccarne un po’. E intanto magari in mano hai una vanga,
un tridente, lo stringi e lo appoggi a terra e magari fischietti
qualcosa che ti accompagna nel movimento. Arrivato nella pampa,
avrà incontrato qualche nipote di schiava africana che gli
ha insegnato a muoversi bene con il bacino, ad accompagnare il suo
movimento con lentezza. Lui intanto ha sempre tenuto lo sguardo
ben fisso in avanti, volgendo la testa di scatto quando lei ha cercato
di avvicinargli la sua.
Da lì, il passo verso i sentieri di collina abbandonati,
i caminiti, o il ricordo dei vecchi amici, adios muchachos, è
stato breve, continuo, sperando di tornare, di volver.
E qualcuno un giorno è dovuto tornare, scappare dai cattivi
che imprigionavano e uccidevano perché eri giovane, avevi
un’idea; ed è tornato verso un posto di cui aveva sentito
parlare da un nonno, da una zia. E quel posto era vicino al fiume,
dove il Tanaro fa una delle sue curve più a biscia e che
aveva un nome che più argentino non si può, Naviante.
Qui trovò chi si ricordava degli antenati, che gli dette
da vestirsi e mangiare, perché non è per niente vero
che il langhetto ha il cuore freddo.
Beppe Turletti
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